Articolo pubblicato sul numero di Dicembre della rivista "Edilazio"
Shakespeare e Roma
“Buongiorno Mr. Shakespeare, come sta?”
Due occhi scuri fissano a lungo i miei, neppure la bianca gorgiera riesce a dar loro luce.
“Salve cara, posso aiutarti?”
“Sì” rispondo, “sono qui per una intervista mentre lei sta osservando il Foro Romano”.
Annuisce, con flemma tipicamente inglese, per farmi intendere che è disposto. Questo potrebbe essere l’inizio di un’intervista davvero impossibile che nella mia fantasia avrei voluto fare a William Shakespeare, ma per ovvi motivi non si verificherà e sarò costretta a cercare fra le carte che parlano del suo legame con Roma.
Shakespeare, infatti, non è mai stato a Roma se non passando attraverso lo studio approfondito dei testi sulla città eterna.
Abbiamo, biograficamente parlando, anni bui in cui non sappiamo come lo scrittore abbia trascorso il suo vissuto. Siamo però certi che egli abbia avuto un’intesa profonda con la Roma e i suoi tempi trascorsi.
Shakespeare ne ha studiato profondamente la storia, essenzialmente come fulcro del “dibattito politico” e come “concetto di giustizia” poiché a quei tempi Roma rappresentava il centro del mondo, un occhio inevitabile a cui far riferimento come grande maestra anche d’arte e di storia.
Egli la studia ma non portandola come esempio, la osserva piuttosto in un’ottica contemporanea, non ne fa maestra di vita, ma la vive come si può vivere una vicenda soprattutto umana, espressione di un destino che avvicina gli uomini non tenendo conto del tempo e dello spazio, di cui il suo teatro ne rappresenta la testimonianza, eternizzandola sul palcoscenico attraverso l’immortalità dei suoi personaggi.
Risulta da reperti storici che lo scrittore sia stato legato più alla romanità che alla grecità. Le sue letture sono state quelle dei classici latini Seneca, Terenzio, Plauto, senza trascurare Ovidio e Virgilio, di cui era un gran cultore e che ha inciso sulla sua drammaturgia dall’inizio alla fine della sua carriera.
Shakespeare costruì le sue tragedie su Roma anche sulla base della lettura di Plutarco, il quale, più degli altri ha fatto lavorare la mente dello scrittore dandogli la possibilità di cogliere importanti particolari della Roma antica.
Questi i principali insegnamenti che hanno ispirato Shakespeare, una sorta di attrazione fatale per la stesura di alcuni dei suoi drammi e persino di sonetti come quello ispirato a Orazio, dove parole come “monumenti”, “aureo” appaiono ricorrenti, mentre nelle tragedie riesce con l’immaginazione a far vivere e rivivere al pubblico conoscitore della storia romana, il suo vero aspetto.
Shakespeare ha scritto ben cinque tragedie ambientate nella Roma antica, mettendo in risalto attraverso i personaggi, i problemi accennati ribadendo il significato di giustizia e di politica.
Il “Tito Andronico” (1589 - 1593 ca.) è la prima tragedia che tratta di un immaginario generale romano che si vuole vendicare di Tamora, regina dei Goti.
Il “Giulio Cesare” (1599) narra la cospirazione e l’assassinio del famoso dittatore della Repubblica romana. Attraversando la lettura si avverte la sensazione di una ricostruzione perfetta dei luoghi romani, così dettagliata, tanto da sembrare che lo scrittore l’abbia vissuta da vicino, poiché descritta in ogni particolare: la casa di Cesare, la casa e il giardino di Bruto. E’ questa la caratteristica migliore per rappresentare un’opera, lo spettatore deve immergersi in una realtà vissuta dall’autore e non solo studiata sui libri, proprio in ciò è contenuta la sua maestria: far respirare quella pregnante atmosfera romana, non solo come sfondo scenografico ma anche nella drammaticità dei personaggi che pur esaltandoli cerca di smitizzare, rendendoli più umani.
Le altre tragedie, sono “Antonio e Cleopatra”, (1607) il cui tema ruota intorno alle vicende amorose, alle gelosie, agli intrighi, alle passioni, mettendo così a nudo un altro aspetto della Roma antica e del suo rapporto con gli stessi protagonisti, i quali vengono rappresentati sotto il profilo scenico nella loro fragilità e umanità, per dare un ulteriore spunto alle ideologie shakespeariane.
Sembra quasi che lo scrittore abbia trovato nella città eterna l’espressione ideale della sua anima.
Il “Coriolano”, (1607-1608) altra tragedia, ispirata alla vita del leggendario condottiero romano Caio Marzio Coriolano e infine il “Cimbelino” (1609) che, secondo alcuni studiosi rappresenta proprio il racconto della guerra tra i Britanni e Roma, sono ulteriori testimonianze della profonda romanità di Shakespeare.
Le cinque opere citate ci offrono squarci significativi della vita pubblica della nostra città e dei suoi luoghi più famosi come il Campidoglio, il Senato e il Foro Romano.
Riusciamo a capire meglio la storia della nostra Roma antica attraverso la conflittualità tra il bene e il male che i personaggi di Shakespeare ci sanno porre con tanta meticolosità.
La sua interpretazione della storia romana riporta alla decadenza della contemporanea storia inglese, (dopo la morte della regina Elisabetta I), di cui Shakespeare vive la stessa “caduta dei principi” e la debolezza dello stato dopo la fine della dinastia Tudor.
Proprio recentemente è stata organizzata una mostra sulla creatività shakespeariana relativamente alla sua idea di Roma, che mette in risalto come è stata immaginata e ricostruita anche poeticamente.
Il percorso che fantasticamente e letterariamente Shakespeare ha fatto sulla nostra Roma evidenzia l’idea che tutto è “inafferrabile e sfuggente”, tutto può diventare una raffigurazione della fragilità umana e della sua mutevolezza.
I personaggi che ruotano in questa Roma antica, da parte di Shakespeare, sono lo specchio della sua idea dei sentimenti e delle sensazioni, delle paure e degli errori, quindi il drammaturgo se ne serve nelle sue tragedie per esprimere il pensiero che la città di quei tempi gli sa offrire come spunto della più alta espressione dei delicati contenuti della sua sensibilità. Questo spiega perché l’autore si senta così legato alla nostra città, perché meglio della sua Inghilterra riesce ad elaborare quella che lui definiva “la transitorietà delle cose umane”.
Roma dunque è diventata per Shakespeare una metafora dove non c’è nessuna esaltazione o celebrazione, infatti egli diventa il grande poeta tragico per eccellenza che neppure gli stessi autori romani sono stati all’altezza di rappresentare le vicende di quel tempo con la stessa fluidità di penna e pensiero.
Patrizia Pallotta
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